Poesie

Altalena

Dondolando inerme
fra due tensioni
labili come fogli
rubati al bar
di una discoteca
dove miei contemporanei
godono, ridono e godono
in danze rituali accoppianti,
oscillo io
fra la voglia di tuffarmi
nell’oceano memoria
annegando nel mare di ricordi e sensazioni,
oppure ugualmente tesa
c’è la voglia di guardare in alto,
volare nel cielo speranza,
rifugiandosi in futuri galleggianti immaginari.

Nuotando nel passato,
volando nel futuro,
resto fermo al momento
che passa senza di me;
mare o cielo
non fa differenza
se in mezzo c’è la terra
che sento sempre di meno
sotto i miei piedi.

Poesie

Se

Se la mia rabbia
vulcanamente erutterà come magma,
avrai coraggio di raffreddare la roccia?

E se lacrime salate
oceano tsunami diromperanno
affronterai il viaggio nel mare scuro?

Se la paura
enorme iceberg armatura diverrà,
abbraccerai riscaldando il congelante?

Se i pensieri
galleggianti mi perderanno nel vuoto,
sarai pianeta gravitante?

Se nella notte,
nel nostro letto,
brancoleró nei chilometri
di buio,
sarai luce,
sarai faro,
per farti trovare?

Poesie

Radio

Le canzoni non bastano,
belle che parlano di essere forti,
belle che dicono che da soli ce la si fa,
che se ti molla lo sai che si fa?
Belle, belle ste canzoni.

E le poesie, non servono
se parlano di amori malati,
di amanti distanti,
e io con te non ci sto più.

Ma nessuno che scriva per me,
una canzone per carnefici non c’è,
che consoli il deludente e non il deluso,
che riscaldi chi gli errori li commette,
che si sta peggio da quel lato,
che non si ha nesssuno con cui prendersela,
ci si arrabbia con tutti e con nessuno.

E la radio non aiuta,
canzoni e poesie per te,
manco una per me,

che non posso lasciarmi,
che non si può scappare da me,
ci rimango,
e tu che mi odi puoi andare,
io che mi odio
devo restare,

dove vado se no?
A fanculo mi ci mando se mi guardo,
ma non ci vado mai,
che anche partendo in macchina
manco avrei una canzone
a consolarmi,
anzi, c’ho pure sta radio
che continua
ad accusarmi.

Racconti

500 | Regalo | La Donna che Amava una Frase

Mi ritrovo ancora a dovervi ringraziare tutti quanti per il supporto.
Quando ho cominciato questa avventura credo fosse soprattutto per sfogare un dolore arcaico e a tratti invincibile. Rileggendo le poesie dell’inizio vedo un che d’infantile rispetto a come le costruisco adesso. I vostri consigli mi hanno portato a mutare, a cambiare linea di pensiero. Mi sento più tranquillo adesso.
Ed adesso siamo arrivati a cinquecento di voi.
Grazie a tutti, davvero.

Aspettavo questo momento per inaugurare una nuova rubrica; voi non lo sapete ma nel cassetto a casa, nascondo qualche altra cosa oltre a delle poesie tristi. L’avevo profetizzato con il primo post, ed è arrivato il momento di uscire qualche altro foglio.

Qualche tempo fa, avevo cominciato una serie di racconti. L’idea era di fare delle vere e proprie favole moderne, ambientate in città, paesini e con personaggi realistici che, con un po’ di follia, si ritrovavano a vivere un esperienza nel confine fra realtà e magia.
Il primo della serie è quello che vi mostro adesso; quando l’ho scritto mi sono innamorato io stesso della protagonista. Ma non voglio dire di più, il racconto si spiega già da solo. Se avete voglia, tempo, pazienza, sarei curioso di sapere cosa ne pensate.

Di conseguenza, ecco a voi:

La Donna che Amava una Frase

 

Girando per il paese, potrebbe esservi capitato di notare una piccola cinquecento gialla posteggiata, in divieto di sosta,  con le quattro frecce messe. Magari, la prima volta che l’avete vista, non ci avete nemmeno fatto caso, poi però, passando ogni giorno da quella strada, notate che quella macchina dai colori sgargianti è sempre lì, sempre posteggiata, sempre con le quattro frecce. Voi non ne siete a conoscenza ma, quella cinquecento gialla, cela una storia. La storia di una donna e la storia di un amore.

La donna si chiamava Alice.

Era una ragazza normale, aveva un normale lavoro in una parruccheria, viveva in un normale appartamento con un normalissimo gatto e aveva una normale cinquecento d’epoca normalmente lasciatale in eredità dalla nonna. Alice ancora non lo sapeva, ma quel pomeriggio, quello del 17 dicembre, per la prima volta da quando era nata, sarebbe successo qualcosa di anormale, anzi di straordinario.

Quel giorno, a parte il freddo gelido, non sembrava per nulla diverso dagli altri. Come ogni venerdì aveva finito il turno un’ora prima per prendersi un caffè con un amica. Passeggiava dunque per le strade verso il cafè. Aveva fatto quel percorso migliaia di volte, sempre lo stesso ogni giorno, ma per la prima volta, alzando gli occhi al momento giusto, la notò: Era posata elegantemente su una parete, di quelle antiche con il muschio sopra; del colore del sangue e piena di significato. Una frase, scritta con vernice rossa, leggermente consumata dal tempo. Restò immobile sul marciapiede a fissare la parete a bocca aperta.

Non aveva mai provato una simile sensazione di calore interno. Non aveva mai sentito in vita sua una tensione a fondersi con qualcosa di esterno a lei.
Per la prima volta in vita sua, Alice si era innamorata.

La frase non era poi niente di che, non era nemmeno in rima e la vernice sbavava da tutte le lettere. Visti i segni del tempo avrebbe potuto avere anche cinque o sei anni più di lei; ma a Alice non importava dell’età. Si avvicinò alla parete e poggiò il guanto bianco su una delle lettere. Il guanto si macchiò di vernice e calce, lo annusò e sorrise.

Da quel momento in poi avrebbe ricordato quel profumo come il profumo della felicità.

Lesse e rilesse la frase, muovendo le labbra senza mai dirla ad alta voce. Era sempre stata una ragazza timida e non era sicura di riuscire a dirla così presto, dopotutto si erano appena conosciute e non le sembrava molto rispettoso prendersi tanta confidenza.

Dopo dieci minuti si sentì pronta per il grande passo, prese un grosso respiro ma lo squillo del telefono la interruppe. La sua amica era furiosa, l’aspettava al bar da un’eternità; era così presa dalla frase che aveva rimosso completamente il suo appuntamento. Prese un quadernino per disegni dalla borsa e vi scrisse sopra la frase;

non andò bene,

non riusciva a ricalcare la grafia né a simulare le sbavature di vernice, senza parlare della perdita del profumo. Era come se non fosse la stessa cosa; trascritto, modificato, l’oggetto del suo amore perdeva significato. Si guardò intorno pensando a cosa fare, doveva andare dalla sua amica ma allo stesso tempo non voleva muoversi di lì. Una seconda chiamata la esortò a incamminarsi. Era arrivato il momento di lasciare la frase, anche se lei non voleva.

Le promise che sarebbe passata il giorno dopo, e il giorno dopo ancora, dopodiché con ancora le farfalle nello stomaco si costrinse a muoversi verso il cafè ove l’amica, l’aspettava.

Per l’intera conversazione fu distratta. Non riusciva a togliersi dalla testa quelle belle parole sul muro. La cosa strana era che non le interessava l’autore, anzi nemmeno pensava esistesse qualcuno del genere. Come se non ci fosse nessuno al mondo capace di scrivere qualcosa di così bello e anche se ci fosse stato era indifferente, d’altronde era della frase che si era innamorata, mica di un presunto autore.

Una volta finita la chiacchierata tornò nella sua triste e solitaria casa ove, ad attenderla, vi era il suo gatto. Preparò la cena per entrambi, dopodiché andò a dormire.

Quella notte la sognò la frase. In tutta la sua bellezza.

Sognò il suo predicato,
tutti quei complementi,
quelle lettere che, fra tutte le combinazioni possibili, si erano posizionate esattamente nell’ordine giusto per lei.

Trovare l’anima gemella è già difficile, ma trovare la frase gemella è su un altro livello di impossibilità. Di esseri umani dopotutto ce ne sono poco più di sette miliardi. Ma le combinazioni di lettere e di parole sono virtualmente infinite, anche perché non è detto che una frase debba avere un senso (o contenere parole sensate) per far innamorare qualcuno.

Sognò di fare l’amore con le parole,
sognò di diventare lei stessa una frase,
di scriversi sul muro accanto l’amata,
di essere letta per sempre e..

Si svegliò di colpo,

rendendosi tristemente conto di essere fatta di carne e ossa e non di lettere e significati. Girandosi nel letto, provò a riaddormentarsi senza successo; si arrese all’evidenza, voleva vedere ancora la frase, ancora non era riuscita a rivolgerle la parola d’altronde. Senza nemmeno togliersi il pigiama si mise addosso un maglione ed una giacca pesante, prese il suo gatto con sé e salì nella cinquecento. Arrivata al luogo del primo incontro vide dei ragazzi che scrivevano sul muro,

su quel muro,
il loro Muro.

Sentiva come se stessero violentando la sua amata, rovinandola per sempre. Scese dalla macchina e li cacciò via, urlando e agitando le mani. Poi, rimasta sola (insieme al gatto) con la sua frase, la accarezzò per lenire i danni. Con gli occhi umidi di tristezza, restò immobile per un’ora a consolare l’amata. Infine riuscì a pronunciarla ad alta voce.
Il suono delle parole era bellissimo, musicale. Scoppiò a ridere dall’allegria e sperò di non dover mai più parlare in vita sua.

Ormai aveva deciso, c’era poca scelta in realtà:
Avrebbe passato il resto della sua vita accanto alla frase, non le importava del resto.

Certo c’erano delle differenze sostanziali che rendevano la relazione difficile; l’età prima di tutto, chissà cosa avrebbero detto i suoi a riguardo. Poi la nazionalità, la frase era inglese, lei italiana. E anche gli aspetti fisici, la frase era di vernice e lei di carne.
Eppure, chissà come, era convinta che l’amore sarebbe riuscito a superare queste barriere culturali.

Entrò in macchina per il freddo e guardò la frase per tutta la notte, coccolando il suo gatto, finché non riuscì ad addormentarsi beatamente, con il sonno cullato da quelle parole rosse.

Da quel giorno la cinquecento non si mosse mai più. La macchina era diventata la casa, sua e del gatto. Lei si impegnava a pulire il marciapiede e il muro. Le persone del paese inizialmente videro la cosa un po’ strana, ma non ci volle molto per capire che era innamorata e che, nella sua follia, una persona innocua.

Col passare degli anni divenne famosa nella zona, le persone andavano da lei, le portavano qualcosa da mangiare e facevano quattro chiacchiere, i turisti si lasciavano incantare da quello che lei raccontava riguardo la frase, i bambini giocavano con lei e con il gatto, persino la cinquecento venne decorata e ridipinta.

Decine di stagioni ed anni dopo, una domenica mattina, dei bambini andarono a cercarla bussandole alla cinquecento. Avevano messo tutti qualche soldo per comprarle la colazione e svegliarla così; ma nella macchina,

non trovarono nessuno.

La frase era ancora sul muro ma di Alice nessuna traccia.
Le persone iniziarono a pensare alle cose più disparate, chi diceva che era morta, chi diceva che era rinsavita, alcune malelingue dicevano che aveva divorziato dalla frase.
A un mese dalla sparizione venne deciso di mettere una targa in suo onore proprio sul muro della frase. Venne fuori però che nessuno nel quartiere conosceva il nome di quella donna, quindi decisero di scrivere il nome con cui tutti la ricordavano.

Se vi capita di passare da quelle parti e di vedere una cinquecento gialla, provate ad avvicinarci e a guardare il muro. Vedrete una bellissima frase scritta in rosso un po’ sbiadito dal tempo e, proprio accanto, troverete una piccola targa.
La storia di quella targa racconta di una donna che sognava con tutta sé stessa di diventare una frase sul muro per poter stare per sempre con la sua amata,

e in qualche modo c’è riuscita,

tant’è che, sulla targa, troverete scritto:

La Donna che Amava una Frase.

Poesie

Storia

Leggera,
distesa foglia sul mio letto,
un piumone scudo
per il freddo inverno.

Io,
pesante al tuo fianco,
ti racconto
per riposarmi,
per posarti
e riposarti.

Ti racconto del blu amore,
del cielo in fiore,
del verso del mare,
del verbo amare.

Ti dico per addormentare
che una volta c’era un amore
fra musa e scrittore,
che baci di cristallo
forgiavano un castello,
e in quelle stanze

i due ballavano danze,
corpi disegnanti
forme volteggianti
vestiti e calze volanti.

la musa cantava,
lo scrittore piangeva,
poi lui narrava
e lei sorrideva,

di musica e parole
era nutrito quell’amore,
era così
e così fu per sempre
nel castello
dai baci di cristallo.

Ma questa è storia
e non vita,
tu foglia sei svanita

io son scrittore,
non dico realtà
parlo d’amore,
di forse
e di chissà.

Poesie

Fuori

Scopriremo  quanto di bello c’è nel mondo lì fuori,
quanto sa essere meravigliosa la vita
lontano da noi.
E le persone un giorno, torneranno ad essere meravigliose e lucenti,
e dietro un altro sorriso regalato troveremo il sole.

Tutto sarà fiore in primavera
e nuvole di cotone
abbraccieranno la terra
illuminata arancio da splendidi raggi.

Scopriremo quanta luce c’è
fuori dalla nostra finestra,

ma saremo sempre accompagnati
da una strana nostalgia
della nostra amarezza.

Fuori, nella bellezza del cielo,
rimpiageremo la pioggia
dei nostri giorni piú tristi.

Il Gioco delle Parole

Il Gioco delle Parole (Round II) | Tuffo

Chiedo scusa a tutti per il ritardo, ho avuto davvero dei giorni infernali ed impegnatissimi. Oltretutto questa volta è stato più complesso riuscire a mettere insieme tutte le vostre parole. Erano differenti le une delle altre, non si incastravano mai bene. Mi piace pensare, quando faccio questo gioco, che la soluzione che trovo per riuscire a dare armonia a diverse menti che pensano diverse parole, sia l’unica soluzione possibile.
Comunque, alla fine ci siamo riusciti; e’ un po’ un monito questa poesia, una sorta di lezione per gli artisti di tutti i tipi.

Tuffo

Soffrire del disincanto dalla realtà
non è sintomo di arrendevolezza.
I cambiamenti che quest’intuizione comporta
derivano da una fede assoluta
nel proprio inconscio.

Come un vegano
che senza alcuna nostalgia
rinuncia alle sensazioni della carne,
se si lascia cadere
il peso delle certezze
trattenuto per inerzia
si raggiunge la dissolvenza
dell’immutabilità.

In una sorta di parafilia
rivolta al senso delle cose
ci si trova a gozzovigliare
nella nicchia fra
una presunta e falsa obiettività
ed una certa incoscienza.

Come una caparbia ambientalista,
che profetizza il disastro imminente,
l’artista che abbandona
senza rimorso
ogni tipo di maniera
ogni normalità
ed ogni preconcetto,

con la trasparenza di un bambino
ma umile e dimesso come un mendicante,
fa in modo che,
chi ha dimenticato
l’ascolto di sé stesso
e si trova sull’orlo del baratro
mai riconoscendo il proprio riflesso,
possa gettarsi nel vuoto
della catarsi personale,
e immergendosi nell’alchimia
dei fluidi inconsci,
spiccare il volo nel blu
e finalmente
fantasticare,
accipicchia che bello –
fantasticare.